TEST inappropriati…

Così come altre 43 Società scientifiche, anche l’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione clinica – onlus e la Fondazione Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (Adi) hanno aderito a “Fare di più non significa fare meglio – Choosing Wisely Italy”, progetto varato nel 2012 da “Slow Medicine”, associazione per una medicina più sobria, rispettosa, giusta.  Di seguito sono elencati dunque i 5 principali “inviti a NON FARE” espressi dall’Adi, che precisa come le informazioni sottostanti non sostituiscono la valutazione e il giudizio del medico nel singolo caso.

1) Non utilizzare i cosiddetti “test di intolleranza alimentare” come strumento per la terapia dietetica dell’obesità né per diagnosticare sospette intolleranze alimentari. Queste metodiche sono state impiegate negli ultimi anni per identificare supposte intolleranze alimentari e ultimamente per giustificare l’obesità. Molte sono basate su presupposti teorici che non hanno trovato riscontro nell’evidenza scientifica (determinazione delle IgG4, analisi del capello, test di citotossicità, test elettrodermico “Vega”), mentre il dosaggio delle IgG specifiche ha fornito indicazioni più rilevanti.  Vi è quindi unanime consenso internazionale tra i professionisti che non seguono terapie cosiddette “alternative” nel non utilizzare tali indagini, peraltro di costo elevato (300-500 euro). Tali pratiche sono, inoltre, ad alto rischio di malnutrizione e ridotto accrescimento nei bambini e negli adolescenti, a causa della marcata riduzione della tipologia dei cibi da assumere e della notevole apprensione che ingenerano nelle persone.

2) Evitare di trattare obesità e disturbi dell’alimentazione con diete prestampate e in assenza di competenze multidimensionali. Tali patologie sono complesse perché croniche e a eziologia polifattoriale. Devono perciò essere trattate contemporaneamente su più fronti: cognitivo-comportamentale, psicologico, nutrizionale, internistico e rieducativo motorio. Fondamentale poi il contatto professionale continuo e il counselling (approccio multidimensionale). È auspicabile il supporto di differenti specialisti in modo da affrontare a tutto tondo le problematiche biologiche, sociali, ambientali e comportamentali.

3) Non incoraggiare un uso estensivo e indiscriminato di integratori alimentari come fattori preventivi delle neoplasie e della patologia cardiovascolare. Recentemente si è molto influenzata l’opinione pubblica sull’efficacia di integratori dietetici nella prevenzione delle malattie neoplastiche e cardiovascolari (acido folico, antiossidanti, calcio e Vit. D). L’Italia risulta il primo consumatore in Europa. I risultati in letteratura non sono univoci e a livello preventivo l’assunzione di alimenti che contengono i principi attivi (vegetali in primis), si è dimostrata più efficace degli integratori che li contengono. È pertanto auspicabile un uso più oculato degli integratori alimentari e solo per sopperire a condizioni di carenza documentate, anche perché non sono scevri da effetti collaterali negativi in caso di sovradosaggio.

4) Evitare in età evolutiva approcci a sovrappeso e obesità, restrittivi, di non dimostrata efficacia e non coinvolgenti la famiglia. Strategie per il controllo di sovrappeso e obesità in età evolutiva non evidence-based, quali diete fortemente ipocaloriche, diete non equilibrate o restrizioni dietetiche non associate a interventi sullo stile di vita, approcci esasperati all’attività fisica, non sufficiente coinvolgimento dell’ambito familiare, superficialità nella valutazione del tratto psicologico del giovane, inducono frequenti problemi di cronicizzazione del problema perché inefficaci nel medio e lungo termine, dato che espongono al rischio di sviluppare un disturbo alimentare (anoressia, bulimia), weight-cycling syndrome (sindrome dello jo-jo, cioè ripetute oscillazioni di peso), deficit nutrizionali e rallentamento della crescita.

5) Evitare la Nutrizione artificiale (Na) nelle situazioni cliniche in cui un approccio evidence-based non ha dimostrato beneficio, come nei pazienti con demenza in fase avanzata o oncologici in fase terminale. In situazioni come la demenza avanzata con quadro clinico estremamente compromesso o nel paziente oncologico con malattia avanzata, dolore non controllato, aspettativa di vita inferiore a 4-6 settimane, la Na non ha dimostrato un favorevole rapporto benefici/rischi. È invece di dimostrata efficacia promuovere una cultura di prevenzione, screening e diagnosi precoce della malnutrizione ospedaliera e territoriale.

FONTE: http://www.doctor33.it

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